Nella tranquillità delle vie di Treviso si nasconde un luogo che parla di mondi lontani senza bisogno di valigie. Varcare la soglia del ristorante significa accettare un invito a lasciarsi guidare dalle sensazioni: qui la cucina open space diventa mappa e motore di un percorso in cui le spezie dettano rotta. L ambiente è calibrato per favorire l attenzione sui gesti e sui sapori; la luce si concentra sulla scena di lavoro mentre il resto resta in una penombra che favorisce l intimità.
Questa esperienza è costruita come una narrazione continua: ogni piatto funziona come una tappa, ogni aroma come una coordinate. L idea non è replicare territori, ma reinterpretarli, fondendo tecniche occidentali e memorie culturali raccolte in viaggi reali. Il risultato è un racconto gustativo che chiede al commensale di partecipare attivamente, aprendo il palato e la curiosità a incontri inaspettati tra ingredienti familiari e stimoli esotici.
La porta d ingresso e la cucina come mappa
All esterno il locale può sembrare discreto; entrando si scopre invece un dispositivo pensato per concentrare l esperienza. La cucina, esposta al centro, assume il ruolo di ponte di comando: ogni movimento diventa parte dello spettacolo e allo stesso tempo di un processo tecnico. Gli arredi, le sedute e la disposizione degli spazi aiutano il ritmo del pasto, invitando a una resa volontaria che permette di seguire l evoluzione dei sapori senza fretta. In questa configurazione lo spazio non è scenografia accessoria, ma strumento narrativo.
La scena domestica della cucina
Vedere gli chef al lavoro significa assistere alla trasformazione della materia in racconto. La cucina non è nascosta: si lascia osservare e dialoga costantemente con la sala. I gesti sono misurati e ripetuti, come in una partitura musicale, ma sempre aperti a piccole variazioni che modificano il risultato finale. In questo senso la tecnica non è fine a se stessa, ma al servizio di un approccio sensoriale che vuole sorprendere senza forzare.
Chi guida il viaggio: il capitano e la principessa delle spezie
Dietro l orchestra c è una figura che ha costruito la propria visione gastronomica attraversando cucine e culture: Marco Feltrin. La sua esperienza si è formata anche in contesti severi dove la tecnica è imperativa, ma è stato l incontro con Sriyanti a spalancare la prospettiva sulle spezie e sui linguaggi del gusto più stratificati. Lei porta una memoria olfattiva e una conoscenza delle spezie che arricchiscono la rotta, trasformando il menu in un dialogo affettivo e culturale.
Origini e incontri
Il percorso personale è fatto di scali: grandi cucine, mercati saturi di aromi, e relazioni che hanno dato forma a una cucina che non è semplicemente fusion ma ricomposizione di memorie. L Indonesia, con i suoi mercati e le sue tecniche, ha lasciato tracce decisivi, così come gli ambienti più rigorosi hanno fornito la disciplina necessaria per orchestrare sapori complessi senza perdere equilibrio.
Le tappe del menu: snack, mare, terra e fusione
Il menu si apre con piccole tappe che funzionano da orientamento: snack come il taco di tapioca con mousse di pollo, lime, cavolo e menta preludono a una progressiva apertura del gusto. Seguono preparazioni che giocano sulla tensione tra dolce, affumicato e acidità, come il mango verde al barbecue con polvere di gambero e sommacco, o la cozza affumicata servita con riso saltato e una glassa che richiama mercati notturni. Ogni portata è costruita per creare un ponte tra familiarità e sorpresa.
Attraversamento e punto di fusione
Nella fase centrale il menu esplora contrasti più intensi: dalla ventresca di tonno con insalata di papaya verde e aromi di kaffir lime, al cavolfiore al forno e barbecue con salsa di arachidi, tamarindo e un tuorlo concentrato. Il piatto di carne, come la spider steak di cavallo con curry di ananas e fondo al kluwak, rappresenta il nodo dove le rotte si incontrano: qui Oriente e Occidente si fondono e si trasformano in un identità nuova, resa coerente dalla scelta di accompagnamenti come il riso jasmine.
La sala, il ritmo e il ritorno
La sala è regia silenziosa: i tavoli diventano isole di privacy e il servizio coordina tempi e movimenti con discrezione. A orchestrare questa parte è Juan Carlos Bojacá Herrera, che unisce esperienza di cucina e sala per garantire che ogni piatto arrivi nel suo momento ideale. I vini naturali, i fermentati e le proposte miscelate diventano rotte parallele che amplificano o contrastano i sapori, rendendo l esperienza complessiva più completa.
Il finale è pensato per sedimentare il viaggio: il dessert al lapsang souchong con ganache e prugna, il crumble di cacao salato e la tuile che spezza la densità, seguiti da un cocktail affumicato come il Laphroaig Quarter Cask con angostura e lime, chiudono il percorso trasformando l esperienza in ricordo. Il locale rimane, dopo il pasto, un luogo dove le coordinate classiche del gusto appaiono mutate: si torna in strada con una mappa interna nuova.
Feria
Via della Quercia, 8
31100, Treviso TV
Restaurant: +39 0422 174 8017
WhatsApp: +39 327 990 9993
[email protected]
Orari: lunedì – venerdì 19:00 – 23:00, sabato 12:00-14:30 e 19:00 – 23:00. Giovedì e domenica chiuso.

