Gli arbëreshë sono la più antica minoranza etno-linguistica albanese presente nel Mezzogiorno italiano. Con una popolazione stimata intorno ai 100 000 abitanti, le loro comunità sono concentrate in Calabria, Sicilia, Basilicata, Puglia, Molise, Campania e Abruzzo. Nonostante la distanza dalla madrepatria, gli arbëreshë conservano una lingua, un rito religioso e usanze che li distinguono nettamente dal resto della popolazione italiana.
Origini storiche e migrazioni dall’Albania al Sud Italia
Le prime ondate migratorie si collocano tra il XV e il XVIII secolo, scaturite dalla caduta dell’ultimo regno albanese di Scanderbeg nel 1468 e dall’avanzata dell’Impero ottomano nei Balcani. Molti esuli – soldati, nobili e contadini – trovavano rifugio nei regni di Napoli e Sicilia, dove re Alfonso V e poi i sovrani spagnoli concedevano terre in cambio di servizi militari. Queste colonizzazioni darono vita a villaggi isolati, che permisero la conservazione dell’identità originale.
Le ondate di esodo più significative
La prima grande migrazione (1461-1470) fu guidata dallo stesso Giorgio Castriota Scanderbeg a sostegno di Ferrante I d’Aragona. Successivamente, tra il 1470 e il 1478, le famiglie aristocratiche albanesi si stabilirono nella Calabria interna. L’ultima massiccia ondata (1533-1534) arrivò dalla caduta di Koroni in Morea, completando la rete di più di trenta centri sparsi nel Sud Italia.
Identità linguistica e religiosa degli arbëreshë
La lingua arbëreshë appartiene al ramo tosco dell’albanese meridionale ed è riconosciuta dalla legge n. 482/1999 come lingua di minoranza protetta. Essa mantiene sei vocali (a, e, ë, o, i, u) e una fonologia priva del suono “y”, differenziandosi dall’albanese standard. Parallelamente, la maggior parte dei fedeli segue il rito bizantino all’interno della Chiesa cattolica italo-albanese, organizzata in due eparchie – Lungro (Calabria) e Piana degli Albanesi (Sicilia) – e nell’abbazia di Grottaferrata.
Patrimonio culturale: letteratura, musica, costumi e feste
Fin dal XVI secolo gli arbëreshë hanno prodotto una ricca tradizione letteraria; Luca Matranga (1592) stampò la prima opera in albanese, mentre Girolamo De Rada e Giuseppe Schirò divennero punti di riferimento della Rilindja albanese. La musica polifonica, le vallje (danze di gruppo) e i canti sacri, riconosciuti dall’UNESCO, accompagnano le celebrazioni religiose. I costumi femminili, ricamati con seta e oro, sono ancora indossati durante le feste patronali e le ricostruzioni storiche, testimoniando una continuità estetica che supera cinque secoli.
Presenza attuale e prospettive di tutela
Oggi, oltre 41 comuni e 9 frazioni mantengono ancora la parlata arbëreshë, ma molte località hanno già perso parte dell’eredità linguistica. Dal 2020 la cultura arbëreshë è stata proposta alla lista UNESCO come patrimonio immateriale sotto il nome “Moti i Madh”. Inoltre, la diaspora si è estesa in America, Canada, Argentina e altri Paesi, dove le associazioni mantengono viva la lingua e le tradizioni. Le istituzioni regionali di Calabria, Sicilia, Molise e Basilicata hanno creato assessorati alle minoranze linguistiche per sostenere l’insegnamento della lingua nelle scuole e la valorizzazione delle manifestazioni culturali, garantendo così la sopravvivenza di questa comunità unica.



