Il clima di incertezza economica sta influenzando pesantemente i consumi delle famiglie italiane. A giugno 2026 si registra un calo del 2,6% rispetto allo stesso mese del 2026, un segnale preoccupante che conferma una tendenza in corso da alcuni mesi. Nonostante il primo semestre chiuda in pareggio, con un aumento dello 0,0% rispetto all’anno precedente, il peggioramento degli ultimi mesi è un dato reale e allarmante.
L’Osservatorio permanente sui consumi Confimprese-Jakala ha rilevato che le famiglie stanno adottando un comportamento più cauto nelle scelte di spesa, soprattutto per gli acquisti discrezionali. Questo cambiamento di abitudini sta avendo un impatto significativo sul commercio, con alcuni settori che risentono più di altri.
I settori più colpiti dal calo dei consumi
Tra i comparti merceologici, l’abbigliamento e accessori registra la frenata più marcata, con un calo del 4,7%. Questo dato indica che i consumatori stanno rinviando gli acquisti non essenziali, un segnale chiaro di incertezza e di propensione alla spesa debole. Anche la ristorazione è in difficoltà, con un calo del 4,2%. Gli italiani continuano a concedersi momenti fuori casa, ma prestano maggiore attenzione alla spesa, riducendo lo scontrino medio o scegliendo formule più economiche.
Al contrario, il settore dell’altro retail che include cura della persona, elettronica, telefonia, casa-arredo, prodotti per animali e entertainment, chiude il mese con un aumento del 2%. Questo dato dimostra che la domanda non è scomparsa, ma si è spostata verso acquisti ritenuti prioritari. Alcuni comparti di questo settore, come salute, cura della persona, ottica e prodotti per la casa, sono meno sensibili al rinvio dell’acquisto, sostenendo così il dato complessivo.
Le differenze tra canali di vendita e regioni
Anche nei canali di vendita si registrano flessioni. I centri commerciali scivolano a -2,9%, mentre la prossimità registra un calo del 4,4%. Le uniche in crescita sono le high street con un aumento del 2,1%. Dal punto di vista geografico, le uniche regioni in positivo sono Sicilia e Marche, con un aumento dello 0,9%, mentre la peggiore è il Molise, con un calo del 6,9%. Nelle città di provincia, Pesaro-Urbino si distingue con un aumento dell’1,2%, mentre Bolzano e Crotone registrano cali significativi, rispettivamente del 9,2% e del 9,7%.
I brand di auto che vendono di più in Italia
Nonostante il calo dei consumi in generale, il mercato delle quattro ruote in Italia sta crescendo. Secondo i dati forniti da UNRAE, ecco quali sono i 5 brand che vendono di più nel primo semestre del 2026.
Al quinto posto troviamo Peugeot con circa 45 mila immatricolazioni e un calo del 6,83%. Nonostante il calo, il brand francese mantiene una posizione di rilievo con un market share del 4,87%. In quarta posizione c’è Dacia con 49 mila unità immatricolate e un calo del 10,1%. Il brand del Gruppo Renault sta attraversando una fase di aggiornamento della gamma.
La terza piazza spetta a Volkswagen con circa 63 mila unità distribuite e un incremento dell’1,6%. Il colosso tedesco ha chiuso un semestre positivo in termini di immatricolazioni. Al secondo posto c’è Toyota con quasi 65 mila unità immatricolate e un calo dell’1%. Il marchio nipponico si conferma molto apprezzato dagli automobilisti italiani.
Infine, al primo posto c’è Fiat con 106 mila unità immatricolate e un incremento del 29,3%. Il brand torinese ha registrato un market share dell’11,39%, in crescita di 1,7 punti rispetto allo scorso anno. Il successo di Fiat è legato al successo di due modelli: la Panda e la Fiat Grande Panda.
L’efficienza operativa nel commercio al dettaglio
Secondo un report di Confcommercio, dal 2018 al 2026 i negozi in Italia sono diminuiti di oltre il 14% e il numero degli addetti dell’1,8 per cento. Nonostante questo calo, il fatturato del comparto è aumentato del 25,7 per cento. La crescita è trainata da discount alimentari, farmacie, vendita di prodotti Ict e di prodotti per la casa e la persona.
Il numero dei punti vendita presenti sul territorio italiano è diminuito da oltre 666mila nel 2018 a circa 570mila nel 2026, con una riduzione del 14,4 per cento. La desertificazione commerciale ha colpito specialmente attività di ridotte dimensioni e a forte radicamento territoriale, come i piccoli negozi alimentari e gli esercizi dedicati ai consumi culturali e ricreativi. Le uniche eccezioni sono le farmacie, che hanno registrato un aumento del 4,2%.
Gli esercizi non specializzati, come ipermercati, supermercati e minimercati, sono passati da 59.802 nel 2018 a 54.708 nel 2026, per un calo complessivo dell’8,5 per cento. All’interno di questa categoria, i minimercati hanno subito la diminuzione più drastica, mentre discount di alimentari, ipermercati, grandi magazzini ed empori sono aumentati in numero. La flessione più marcata ha riguardato gli esercizi specializzati, come piccoli negozi alimentari, carburanti e tabacchi, piccoli negozi Ict, prodotti casa e persona, articoli culturali e ricreativi, abbigliamento, calzature, gioiellerie e farmacia. Queste attività sono calate nel complesso del 14,3% in sette anni, mentre le farmacie sono cresciute in numero.




