Nel 2025 la realtà dietro la catena di kebab gestita da Gianluca Vacchi ha mostrato un nuovo deficit: 3,2 milioni di euro. Si tratta del quinto bilancio consecutivo in rosso e, se si sommano tutti i cinque esercizi, il totale delle perdite ammonta a circa 12,6 milioni su un fatturato complessivo di 31 milioni.
Il percorso finanziario di Kebhouze dal 2021 al 2025
Il primo rapporto disponibile risale al 2021, quando l’azienda, meno di un mese attiva, ha registrato ricavi di 79 mila euro e una perdita di 388 mila. L’anno successivo i numeri sono cresciuti: 4,7 milioni di fatturato contro 1,35 milioni di perdita. Nel 2023 il fatturato è salito a 8,1 milioni, ma la perdita è quasi raddoppiata (2,6 milioni). Nell’esercizio 2024 i ricavi hanno raggiunto 8,85 milioni, mentre la perdita è schizzata a 5 milioni, portando il patrimonio netto a -3,4 milioni, poi ricostituito dalla holding di Vacchi. Infine, nel 2025 i ricavi hanno toccato 9,4 milioni, ma i costi di produzione sono stati circa 13 milioni, generando nuovamente un deficit di 3,2 milioni.
Struttura societaria, finanziamenti e cambi di proprietà
Kebhouze Srl è la società operativa; la holding di Vacchi, Cofiva, ha coperto quasi tutti i bisogni di cassa. Fin dal lancio sono stati erogati più di 15 milioni da parte di Vacchi, con ulteriori 4,8 milioni di finanziamento soci nel 2025 e un impegno di 1,57 milioni per il 2026. A metà del 2025 la holding ha rinunciato a crediti per 5,5 milioni, ha ricostituito il capitale e ha acquistato il 100 % del marchio, mentre gli altri soci sono usciti, incluso il co-fondatore Oliver Zon, che ha poi rivenduto la sua quota per 3,4 milioni nel 2026. Oggi la struttura azionaria è composta per il 93 % da Vacchi e per il 7 % da un socio di minoranza.
Rete di punti vendita e fallimento del franchising
Il debutto è avvenuto a dicembre 2021 tra Milano e Roma; in 15 mesi la catena contava 21 locali, anche a Ibiza. A dicembre 2023 ha aperto un flagship a Oxford Street, Londra, su tre piani, ma nel 2026 la sede londinese risulta chiusa. Nel 2024 sono stati ceduti tre locali milanesi per 115 mila euro e sono state chiuse aperture a Biella e Taranto. A settembre 2026 la catena conta 17 punti vendita, tutti di proprietà diretta. Il franchising, annunciato nel 2023, non ha ancora prodotto alcun punto aperto; resta quindi il fulcro della strategia per il 2026.
Il posizionamento di marca: perché il kebab non è riuscito
Il concept di Kebhouze puntava a un kebab di qualità, firmato e a un marchio riconoscibile, ma il menu è sempre stato ampio: kebab in pollo, Black Angus, vegetariano, in piadina, in burger, nuggets, pop-corn di pollo, patatine, insalata Caesar, ecc. Questo ha collocato il brand su sei “scale” diverse – kebab, piadina, burger, fast-food di pollo, bowl e altro – senza dominare nessuna di esse. Le recensioni su Google mostrano una media di 4,4 su 5, mentre su TripAdvisor scivolano a 2,5, indicando che i clienti apprezzano la velocità ma criticano il rapporto prezzo-qualità. Il prezzo medio di un kebab Kebhouze è intorno ai 6-7 euro, quasi doppio rispetto al kebab di quartiere (4-7 euro), ma la percezione di un prodotto “premium” non si traduce in un valore percepito.
La regola di Ries e le cinque domande di verifica
Un libro di Albert Ries, pubblicato vent’anni fa, espone una distinzione fondamentale: ramo nuovo vs tronco ridipinto. Applicata a Kebhouze, la catena ha tentato di creare un ramo nuovo (kebab di marca) ma ha speso come se fosse un nuovo ramo, mantenendo i costi di una grande organizzazione. Le cinque domande per capire la natura del progetto sono:
- Il prodotto ha un nome distintivo rispetto alla categoria tradizionale?
- Il cliente percepisce una differenza visibile prima di assaggiare?
- Il prezzo è al massimo un terzo più alto rispetto al concorrente diretto?
- È chiaro contro chi si combatte, con un messaggio semplice?
- Il primo punto vendita genera profitto entro 12 mesi, compreso lo stipendio del fondatore?
Nel caso di Kebhouze, le risposte sono negative alla maggior parte di queste domande: il nome rimane “kebab”, la forma è comune, il prezzo supera di buona parte il terzo, il messaggio è confuso e i risultati mostrano perdite continue.
Strategie possibili per il futuro
Le analisi indicano quattro percorsi:
- Ridimensionare la struttura per adeguarla agli attuali 17 punti vendita, tagliando costi fissi e concentrandosi su un core product.
- Vendere la rete a un operatore interessato solo agli spazi commerciali, sacrificando il marchio.
- Convertire alcuni locali in un ramo autentico ad esempio introducendo lo shawarma libanese già testato internazionalmente, con un nome nuovo e una forma distinta.
- Rimanere nella categoria kebab con prezzi pari al concorrente ma investire in una rete di franchising a lungo termine, come fa German Doner Kebab.
Il percorso più veloce per fermare le perdite è la prima opzione: razionalizzare la holding, eliminare gli uffici inutili e chiudere i punti vendita più deboli. Una volta raggiunto il pareggio, si può valutare la seconda opzione o lanciare un nuovo prodotto con identità propria.
Il fallimento nasce dal consumo di risorse tipiche di una startup innovativa, senza offrire al cliente un valore percepito superiore.



