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24 Settembre 2026

Vendemmia 2026: come le cantine italiane rispondono al caldo

La vendemmia 2026 ha mostrato come le cantine diano forma al futuro del vino, sperimentando nuove pratiche per fronteggiare il caldo estrema.

Vendemmia 2026: come le cantine italiane rispondono al caldo

Il 2026 ha segnato un capitolo particolare nella storia della viticoltura italiana. Una stagione caldo-secca ha spinto le aziende a rivedere le proprie prassi, dimostrando che il vino non è mai statico, ma si adatta alle condizioni del clima. Nonostante le previsioni tradizionali siano state sospese, dodici cantine hanno offerto testimonianze concrete, evidenziando approcci diversi a problemi comuni.

Ritardi e anticipazioni: la vendemmia nelle diverse zone d’Italia

Nei Colli Orientali del Friuli, l’enologo Mirko Degan di Meroi ha definito l’annata “anticipata, scarsa e secca”, con la prima raccolta avvenuta il 18 agosto, data mai registrata prima. Al contrario, in Valpolicella, Maddalena Pasqua di Musella descrive una vendemmia “straordinaria, veloce e pulita”, mentre a Lucca Mina Samouti di Fattoria Sardi parla di una stagione “tropicale ma equilibrata”. In Sicilia, Giovanni Ascione di Centopassi ripete tre volte la parola “faticosa”, sottolineando le difficoltà incontrate. Queste differenze mostrano come il calore non abbia colpito uniformemente le regioni, ma che la risposta dipenda anche dalla tipologia di vitigno e dalla gestione del vigneto.

Scelte di tempistica: dalla fermentazione precoce al posticipo strategico

Avignonesi, a Montepulciano, ha anticipato l’operazione su alcune parcelle di Merlot, ma ne ha lasciate altre in pianta fino al 22 settembre, definendo la vendemmia “spiazzante, contraddittoria, selettiva”. A Montalcino, Marcello Bucci di Collemattoni ha ritardato la raccolta verde, approfittando di 200 mm di piogge ad agosto per contenere le gradazioni alcoliche. Entrambi gli esempi evidenziano che la decisione di puntare o posticipare la vendemmia deve basarsi su un monitoraggio continuo delle singole parcelle, non su regole fisse.

Gestione della chioma e del suolo: tecniche per mitigare il caldo

Molti produttori hanno puntato sulla canopy management per proteggere i grappoli. Fattoria Sardi ha ridotto al minimo la cimatura, mantenendo un velo di vegetazione per ombreggiare le viti, mentre Iviti Winery a Cortona sperimenta da anni la potatura sia secca sia verde, considerandola cruciale per il futuro. Avignonesi ha rivalutato l’esposizione dei grappoli e la superficie fogliare per limitare le scottature. A Impruneta, Adriano Zago di Podere Mastrilli ha mantenuto pareti fogliari dense e ha utilizzato cotiche erbose per limitare l’evaporazione del suolo, permettendo una maturazione equilibrata nonostante le temperature elevate.

Fertilità del terreno e biodiversità come risorsa di resilienza

Antonella Villa e Luigi Barban delle Verzure sottolineano l’importanza della fertilità del suolo e della gestione idrica, evitando interventi invasivi. In Maremma, Marco Tait di Ampeleia promuove la biodiversità, creando un ecosistema viticolo più complesso. Il CREA ha indicato pratiche quali l’inerbimento il sovescio e il reintegro di materia organica come strumenti per migliorare la capacità del terreno di trattenere acqua, favorendo la salute radicale e la resilienza alle ondate di calore.

Acqua, gestione territoriale e prospettive internazionali

La disponibilità d’acqua emerge come tema centrale. Per Meroi il futuro dipenderà dalla sicurezza idrica, mentre Fattoria Sardi invita a considerare la gestione dell’acqua come una questione territoriale, non solo aziendale. In Ogliastra, Perda Rubia ha affinato dosaggi irrigui per adattarsi alle condizioni locali. L’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV) considera la gestione idrica un processo integrato che parte dalla progettazione del vigneto: varietà, portainnesto, forma di allevamento, potatura, inerbimento e carico produttivo concorrono al bilancio idrico.

Il ruolo della genetica: selezione massale di viti centenarie

L’Antica Quercia a Conegliano avvia una selezione massale su viti ventennali, guidata da Claudio Francavilla, per incrementare la diversità genetica e trovare esemplari più resilienti al caldo. Questa sperimentazione punta a creare una “denominazione di origine inventata” moderna, in cui il patrimonio genetico diventa il principale difensore contro le variazioni climatiche.

Piccole cantine, altitudini e vitigni minori: un futuro a più facce

Le realtà familiari, pilastro del settore, hanno sperimentato altitudini più elevate in Trentino, dove la lotta per l’acqua ha generato un referendum locale per regolare l’uso idrico. Molti di questi produttori hanno riscoperto vitigni autoctoni poco conosciuti, contribuendo alla biodiversità agricola. Parallelamente, in California, imprenditori hanno introdotto varietà italiane minori – Arneis, Schiava, Kerner, Aglianico, Vermentino, Nero d’Avola – dimostrando che, in climi caldi, queste uve mantengono acidità e gradazioni moderate, aprendo nuovi mercati internazionali.

La combinazione di tradizione e innovazione, dalla selezione genetica alle pratiche di agricoltura rigenerativa, delinea la rotta per una viticoltura capace di prosperare sia in Europa sia in territorio extra-europeo.

Autore

Edoardo Castellucci

Edoardo Castellucci, veneziano, ricorda la degustazione a Burano dove annotò profili di un formaggio locale: quell’episodio divenne colonna sonora della sua rubrica su vini e sapori. In redazione spinge racconti sensoriali e conserva registrazioni di sommelier e produttori.